Acquerello di una figura solitaria seduta su una panchina di fronte al tramonto, su uno sfondo di cielo e acqua dai toni caldi.

Perché non riesco a stare da sola senza sentirmi vuota?

“Come si accetta di stare da soli?”

C’è un momento in cui la casa si fa silenziosa. Le notifiche si spengono, gli inviti si diradano, i rumori si attenuano. È in quel momento che la solitudine si fa sentire. E non sempre è facile starci dentro.

Per molte persone, la solitudine è qualcosa da evitare, da colmare, da superare il prima possibile. Come se il solo fatto di provarla fosse un segno di fallimento, o di essere “sbagliati”.

Ma la verità è che stare da soli non è la stessa cosa che sentirsi soli.

Quando la solitudine pesa

Ci sono momenti in cui la solitudine non è scelta, ma imposta. Può nascere da una perdita, da un cambiamento, da una distanza che non volevamo. In questi casi, il vuoto che lascia può sembrare ingestibile.

Ci sentiamo:

  • esclusi,
  • non visti,
  • invisibili anche a noi stessi.

Eppure, anche nelle solitudini più dure, può esserci un punto di contatto con sé stessi.

Non tutta la solitudine è uguale

Esistono solitudini diverse. Alcune sono piene, nutrienti, altre vuote e dolorose. A volte si sceglie di stare da soli per ritrovarsi, altre volte lo si subisce come isolamento.

Capire che tipo di solitudine si sta vivendo è il primo passo per poterla affrontare con consapevolezza.

Ci sono solitudini:

  • transitorie, legate a un periodo di cambiamento;
  • croniche, che durano da tempo e logorano l’autostima;
  • creative, che permettono di rigenerarsi e ritrovarsi.

Solitudine e paura del contatto interiore

Spesso, più che la solitudine in sé, temiamo quello che potrebbe emergere stando soli:

  • emozioni represse,
  • pensieri critici,
  • sensazioni di vuoto o di disorientamento.

Restare soli significa, a volte, rimanere senza distrazioni davanti a ciò che più ci fa paura: noi stessi.

Ma questo spazio, se accompagnato e compreso, può diventare terreno fertile per una riconnessione autentica.

Come lavorare su questa esperienza

In terapia, non insegno a “riempire il tempo” o a “non pensarci”. Accompagno le persone a:

  • riconoscere che tipo di solitudine stanno vivendo,
  • ascoltare cosa si muove dentro quando il rumore esterno si spegne,
  • dare forma e significato a quel vuoto.

Spesso lavoriamo insieme sull’idea che la solitudine non sia qualcosa da temere, ma una soglia da attraversare.

Attraverso l’immaginazione guidata, il lavoro sul corpo e uno spazio di ascolto profondo, possiamo trasformare la solitudine da nemica a alleata. Non sempre subito, non sempre facilmente. Ma poco a poco.

Accettare la solitudine non significa arrendersi. Significa imparare a non scappare più da sé stessi.

Se senti che queste parole ti risuonano

Forse è arrivato il momento di smettere di combattere la solitudine, e iniziare ad ascoltarla.

Se vuoi, posso aiutarti a farlo con delicatezza e rispetto dei tuoi tempi.

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