Illustrazione surreale di una spiaggia con una valigia piena d’acqua e un ombrellone da cui piove su una sedia a sdraio con un’ombra umana riflessiva.

Quando le vacanze non fanno bene: perché a volte stiamo peggio proprio quando dovremmo stare bene?

“Perché ogni volta che vado in vacanza mi sento male?”

Di tanto in tanto, qualche paziente mi fa questa domanda. E ogni volta mi tocca profondamente. Non è solo una richiesta di spiegazione, è una condivisione sincera di un malessere che molte persone vivono, spesso in silenzio.

È finalmente arrivato il momento tanto atteso: la valigia è pronta, il lavoro lasciato alle spalle. Il mare, la montagna, la libertà. Eppure, qualcosa non va. Una stretta allo stomaco. Un senso di inquietudine che non dovrebbe esserci.

Se è successo anche a te, non sei solo. E no, non è perché “non sai goderti le cose” o perché “non riesci mai a rilassarti”.

C’è qualcosa di più profondo, e spesso silenzioso, che merita attenzione.

Il paradosso delle vacanze

Le vacanze rappresentano, nell’immaginario collettivo, un momento di sollievo, di meritato riposo. Ma per molte persone, quel vuoto che si crea — l’assenza di obblighi, di impegni, di ritmo — può diventare uno spazio troppo grande, dove finiscono per emergere:

  • ansie sommerse;
  • malesseri che la frenesia quotidiana tiene nascosti;
  • emozioni sospese da tempo.

Quel senso di disagio può essere legato a diversi fattori:

  • l’interruzione delle abitudini;
  • la difficoltà di stare con sé stessi senza distrazioni;
  • la pressione implicita di dover essere felici.

Quando il silenzio fa rumore

Durante l’anno, il lavoro e gli impegni fungono spesso da scudo. Ci tengono attivi, ci occupano, ci distraggono.

In vacanza, questo scudo cade. E ci troviamo soli con noi stessi, in ascolto di parti che magari abbiamo ignorato troppo a lungo.

L’ansia che compare può essere un segnale. Non di qualcosa che non funziona in te, ma di qualcosa che sta cercando di parlarti.

A volte, il corpo ci parla prima della mente:

  • quella stretta al petto,
  • quella fatica a respirare,
  • quel bisogno di movimento continuo.

Il punto di vista terapeutico

Nel mio lavoro, capita spesso che le persone mi raccontino proprio questo tipo di vissuti: vacanze che generano disagio, malinconia, inquietudine. E ogni volta, ci prendiamo il tempo di ascoltare ciò che emerge, senza giudizio, senza fretta.

Quello che faccio è creare uno spazio protetto, dove puoi:

  • dare un nome alle sensazioni,
  • capire da dove arrivano,
  • ritrovare un senso dentro quel disagio.

Attraverso l’immaginazione guidata, il dialogo profondo e, quando serve, anche strumenti corporei e naturali, accompagno chi ho di fronte a esplorare ciò che affiora proprio nei momenti in cui ci si aspetta di stare bene.

Andare in terapia non vuol dire cancellare il disagio, ma imparare a guardarlo con occhi diversi. Significa imparare a non temere quelle emozioni che sembrano “fuori luogo” e iniziare a conoscerle, accoglierle, integrarle.

Le vacanze, come il silenzio, ci mettono davanti a noi stessi. E a volte, questo fa più rumore del caos quotidiano.

Se ti ritrovi in queste parole

Non c’è nulla di sbagliato in te. A volte, è proprio nel silenzio che emergono le parti che chiedono ascolto.

Se anche tu ti sei sentita così, e vuoi capire insieme a me cosa c’è dietro quel disagio che torna ogni volta, scrivimi. Sarò felice di parlarne con te.

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